di Sara Minoggio
La memoria è una sorta di scatola di ricordi, tristi o felici, che permette di mantenere vivo ciò che abbiamo di più caro. Venerdì 4 settembre, nello spazio “Mille e una notte” della libreria della Festa, l’incontro sul libro “Carte false. L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin, quindici anni senza verità” con gli interventi di Roberto Scardone, vicecaporedattore e inviato del Tg3 e curatore del libro, e i giornalisti Andrea Vianello e Francesco Cavalli ha voluto “tenere alti i riflettori” sull’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e il cameraman Miran Hotravin.
Per alcuni, però, la memoria è uno strumento pericoloso, da tenere sotto controllo e da sostituire con altre memorie distorte. Si crea così un effetto caleidoscopico che tende a falsare la realtà oggettiva di avvenimenti straordinari. La vicenda di Ilaria Alpi è una di queste realtà, un palcoscenico di mezze verità, di illusioni, di giochi sporchi, “un puzzle di cui si sono persi i pezzi fondamentali per ricostruire il volto del soggetto in primo piano” dice Francesco Cavalli.
Il libro nasce dall'attività realizzata intorno al Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, nato nel 1995 per diffondere l'impegno che ha caratterizzato il lavoro della giornalista. Il concorso, promosso dalla Regione Emilia Romagna, dalla Provincia di Rimini e dal Comune di Riccione per riconoscere e accreditare l'impegno per l'inchiesta giornalistica televisiva sui temi della pace e della solidarietà, oggi rappresenta in Italia uno dei più importanti momenti di riflessione sul giornalismo d'inchiesta, grazie alla sua videoteca, ai convegni e alle pubblicazioni. “L’idea di un premio sul giornalismo d’inchiesta è nata una sera di Agosto del 1994, pochi mesi dopo la morte di Ilaria, a Riccione. Allora ero presidente dell’associazione “Comunità aperta” e avevamo organizzato una serata dedicata a Ilaria e Miran. Proprio dopo l’iniziativa decidemmo di costituire un premio in suo onore” racconta Cavalli. Il testo è un’indagine sulla verità riguardo l’omicidio di Ilaria e Miran colpiti a morte a Mogadiscio, in Somalia nel 1994, in circostanze ancora ufficialmente avvolte nel mistero, a cui hanno contribuito i giornalisti amici di Ilaria, tra cui Francesco Cavalli e Roberto Scardova. Ma se la verità giudiziaria ufficiale si è occupata del caso mostrando solo alcuni risvolti, la verità giornalistica non si è fermata ai fatti riportati ufficialmente dalla magistratura.
La ricostruzione di Cavalli e Scardova rivela una scomoda realtà degli avvenimenti prima e dopo l’omicidio dei due reporter. Il viaggio in Somalia di Ilaria era finalizzato a provare che tutte le disgrazie del popolo somalo provenivano dai trafficanti di armi, dopo aver scoperto della sparizione di 1400 miliardi di lire destinati ad aiuti umanitari in Somalia. Non un viaggio di piacere, smentendo le parole di Carlo Taormina, presidente della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla morte dei due reporter. La permanenza in Somalia permise a Ilaria e Miran di avvicinarsi ad autorità locali, in modo particolare al sultano di Bosaso, uno dei personaggi-chiave per il lavoro di Ilaria. L’indagine partì proprio da qui: il sequestro della nave della flotta Shifco, il traffico d’armi, l’occultamento illecito di rifiuti tossici provenienti dall’ Italia nel deserto somalo, tangenti al ministero italiano degli esteri. Tutte verità d’impiccio, scomode, così fastidiose da eliminare lei, il suo collega e tutti gli appunti e le testimonianze raccolte come prove inconfutabili per l’indagine.
Ilaria Alpi è stata ricordata dai tre colleghi per il suo coraggio e soprattutto per la dedizione al giornalismo d’inchiesta di cui invece oggigiorno la maggior parte dei giornalisti tende a non occuparsi, contribuendo ad un tipo di diffusione informatica troppo superficiale. “L’informazione è sempre meno importante. Oramai i giornalisti vengono scoraggiati e molti accettano passivamente questa situazione” afferma Cavalli, che aggiunge: “Ci chiediamo cosa si aspetti a fornire loro una tutela adeguata. Perché reporter come Enzo Baldoni, Maria Grazia Cultura, Anna Politoskaia sono stati abbandonati e uccisi?”. Infatti il libro è, sì, un omaggio alla Alpi, ma anche a tutti quei giornalisti che hanno dedicato e che dedicano la loro vita alla scoperta della verità e che non devono essere dimenticati.
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